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Curiosità
La tavola della scuola del Perugino posta dietro l'altare della Chiesa Parrocchiale di Monteleone è del 1515 circa.
Curiosità
Per i disegni della tavola furono usati gli stessi modelli di molti quadri del Perugino. Che la tavola di Monteleone sia stata disegnata personalmente dal maestro?
Curiosità
Il cristo risorto, raffigurato nella mezza luna che sovrasta la tavola rettangolare, è forse la parte pittorica più interessante.
Curiosità
La Tavola di scuola peruginesca di Monteleone è stata restaurata intorno al 1930. Oggi, l'opera richiederebbe un ulteriore e migliore restauro.
Curiosità
I piedi di San Pietro sono raffigurati "bitorsoluti" come se la tavola non sia stata mai completata in quel punto.
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La tavola pittorica della scuola del Perugino
"Madonna in trono con bambino, i santi Pietro e Paolo, volo di angeli e Cristo risorto"
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La pala della chiesa parrocchiale di Monteleone fu dipinta intorno al 1515. Incerto è l'autore: il Guardabassi attribuì la paternità di questa opera a Pietro Vannucci, chiamato "Perugino"; lo Gnoli l'attribuì a un allievo del maestro umbro. |
La tavola pittorica che si trova dietro l'altare maggiore della chiesa parrocchiale di Monteleone consta di due elementi: una parte rettangolare di circa 2 metri e 50 per 2; una mezza luna di circa 1 metro e mezzo di raggio che sormonta il resto dell'opera. Il legno usato per la tavola potrebbe essere ciliegio o, tutt'al più di melo o pero, mentre la tecnica adoperata per l'esecuzione del disegno sembra essere quella del cartone a spolvero o, comunque, basata sugli studi e lavori di preparazione di Pietro di Cristoforo Vannucci, detto il Perugino. La tavola è dipinta con colori a olio ricavati da terre naturali di diverse tonalità (rosso, giallo oro, verde) e dall'azzurro di smalto .
Dipinta intorno al 1515, la pala della chiesa di Monteleone è di sicura scuola Peruginesca. Incerto, tuttavia, è il nome dell'autore. Come ricorda un'iscrizione posta accanto all'acquasantiera principale della chiesa (scritta nel 1983 per celebrare i 500 anni dalla nascita di Raffaello), nel 1872 il critico d'arte Guardabassi attribuì l'opera a Pietro Vannucci, detto il Perugino, maestro, tra l'altro, di Raffaello Sanzio; nel 1923, lo Gnoli la volle, invece, opera di Giacomo di Ser Guglielmo da Castel della Pieve, uno degli allievi migliori di Pietro Vannucci. Oggi si è orientati a pensare che il Perugino sia effettivamente intervenuto sia nel disegno (gli angeli ai lati del trono hanno la stessa identica silhouette, le stesse pieghe dei vestiti e la stessa espressione della maggior parte delle figure angeliche dipinte da Pietro Vannucci!), sia, seppure in minima parte, nella realizzazione pittorica dell'opera. Sembra la sua mano, infatti, ad aver dipinto il Cristo risorto e San Paolo. Il completamento del resto dell'opera oggi viene attribuito a Giacomo di Ser Guglielmo da Castel della Pieve. Tuttavia, sarebbe opportuno che la tavola venisse visionata da qualche critico d'arte che desse la certezza della paternità dell'opera.
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Particolare della tavola: sezione alta della parte rettagolare della pala. Si noti come l'uso dell'azzurro, del blu e del celeste doni all'opera una eco visiva delicata ed elegante.
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Il primo elemento della tavola raffigura la madonna in trono con il figlio in braccio, i santi Pietro e Paolo ai lati, e due angeli in alto. Curata è la figura di Maria: scalza, con un mantello dipinto in tricromia (azzurro, rosso e grigio) ha il volto rivolto verso San Paolo, con un'espressione di contenuta mestizia. Le ombre dipinte sulla veste, così come le pieghe e la scollatura, donano all'immagine un effetto di completezza e spessore. L'immagine del Cristo bambino ricorda nell'espressione del volto quella dipinta dal Perugino ne “L'adorazione dei Magi”. Il bimbo, tuttavia, si presenta in piedi, sulle ginocchia della madre, con il volto rivolto verso San Pietro e leggermente sgraziato nella posa incerta.
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San Paolo con spada (rossa!). Ogni particolare è ben definito, con opportune ombreggiature sui piedi e sul pavimento. La veste ricalca certi schemi pittorici della filosofia peruginesca: pomposità e corposità. |
San Paolo è la figura più riuscita del primo elemento della tavola: con il volto colmo di mistica contemplazione, la barba e i capelli rossicci così finemente riprodotti, ha in mano una spada capovolta (come è solito essere rappresentato l'apostolo), con la lama stranamente dipinta di rosso. La figura ha in sè una forte energia disegnativa. Come in tutti i lavori del Perugino e della sua scuola, tuttavia, la figura sembra sospesa rispetto al pavimento (in questo caso a quadri che paiono allontanarsi creando un bell'effetto prospettico). Questo difetto delle figure è spesso dovuto alla tecnica del cartoncino che, usando sagome disegnata a parte (riutilizzabili quindi per più opere), difficilmente riesce a creare l'effetto di compattezza e unicità delle figure con gli sfondi.
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San Pietro: la veste dorata è finemente riprodotta, ma si noti come i piedi appaiano soltanto abbozzati e bitorzoluti, quasi fossero rimasti incompleti! |
Nel gioco simmetrico della tavola (che si riscontra nel numero dei personaggi per ogni metà dell'opera, nel tipo di vestimenti e nella posizione delle figure), i colori hanno tuttavia cromatismo diverso rispetto alla metà opposta. Così, San Pietro ci appare quasi nello stesso atteggiamento di San Paolo, ma in modo speculare. Lo sguardo, inoltre, è rivolto verso chi ammira la tavola, con un'espressione di saggezza e assenza insieme. La veste dorata è un piccolo capolavoro di bravura nel riprodurre luci e ombre, pieghe e pieguzze, ma entrambi i piedi dell'apostolo appaiono pittoricamente abbozzati e bitorzoluti, come se non fossero mai stati completati. I due angeli, in alto ai lati del trono marmoreo, sono due figure ben curate, con una vistosa sproporzione nella dimensione dei corpi rispetto alle altre figure della tavola. Le vesti sono assai ben eseguite. Le ali rosse e nere hanno uno strano gioco speculare-cromatico.
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Visione d'insieme della parte inferiore dell'opera: le luci e le ombre, e una fedele visione prospettica sono le peculiarità e, allo stesso tempo le qualità precipue, di questa opera. |
La scena è rappresentata su una terrazza che si affaccia su una valle dalle sfumature vagamente pastello. L'effetto prospettico è eccellente e quel cielo terso così deliziosamente riprodotto arricchisce di ovattata solennità l'intera opera.
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Il "Cristo in Pietà", opera del Perugino conservata presso la Galleria Nazionale dell'Umbria. |
Il Cristo risorto della tavola di Monteleone ricorda quello de "Il Cristo in Pietà" (immagine a fianco). Si noti come la posizione della dita sia perfettmente combaciante. Evidentemente, l'autore della tavola di Monteleone ha cercato di riprodurre l'opera del maestro, non senza alcuni difetti, ma lasciando inalterati le caratteristiche principali! |
E' la mezza luna, tuttavia, la parte più interessante dell'opera, se non altro per quella straordinaria somiglianza che questo dipinto ha con il “Cristo in Pietà” del Perugino. Con le braccia protese verso il basso e i palmi rivolti in avanti a mostrare le stimmate, il Cristo risorge accompagnato dai soliti due angeli ai lati (per la loro realizzazione vennero usate gli stessi disegni guida del Perugino della tavola rettangolare). L'atmosfera è qui volutamente cupa. I colori sono seppiati come a voler marcare la cappa funerea che ristagna nella rappresentazione. Il Cristo sembra guardare con nostalgica sofferenza la madre che lo tiene in braccio da piccolo, nella tavola sottostante.
In definitiva la storia della tavola della chiesa collegiata di Monteleone potrebbe essere questa: intorno al 1510 fu commissionata dal parroco di Monteleone alla bottega pievese di Pietro Vannucci, detto il Perugino, un'opera che ritraesse insieme la Madonna, Gesù in età bambina, i Santi Pietro e Paolo (patroni di Monteleone) e la Resurrezione del Cristo. Una visione d'insieme che non teneva conto della linearità temporale, ma che aveva il compito di compendiare l'intera vita del personaggio Gesù. Il Perugino disegnò le figure e la scena. Diede poi incarico a Giacomo di Ser Guglielmo da Castel della Pieve di dipingere il tutto, sotto la sua supervisione. Con tutta probabilità il Perugino fece anche il lavoro di rifinitura della tavola (perfezionamento delle pieghe dei vestiti, gli ornamenti più fini, alcuni volti etc…). A mio modesto avviso, quindi, l'opera è da attribuirsi parimenti a Pietro Vannucci, detto il Perugino, e a Giacomo di Ser Guglielmo da Castel della Pieve, ma sarebbe certamente opportuno che l'opera venisse visionata da qualche esperto critico d'arte, proveniente, magari, dalla vicina Città della Pieve, patria di Pietro Vannucci.
(di Roberto Cherubini - 14 Luglio 2005)
N.B. Per una visione della tavola più completa e con alta qualità si veda la sezione "Fotografie-I Tesori delle Chiese" di questo sito. Per correzioni, suggerimenti e consigli potete contattarci tramite la nostra e-mail.
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